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NEL MEDIOEVO

LE BANDIERE

Il mito di Cuccagna in Friuli
ARALDICA
Insegne e vessilli

 

IL PAESE DI CUCCAGNA
Il mito di Cuccagna nel Friuli
a cura di Franca Truant, agosto 2004

Re - Qual è il più lungo giorno che ci sia ?
Bertoldo - Quel che no se magna !

I sette peccati capitali
La gola, da I sette peccati Capitali, di H. Bosch, Madrid, Prado

 

Lotta fra Carnevale e Quaresima
Lotta tra Carnevale e Quaresima (particolare), Pieter Brueghel, 1559,
Vienna, Kunsthistorisches Museum

 

IL PAESE DI CUCCAGNA

Il Paese di Cuccagna era un mitico luogo di delizie, d’abbondanza, di felicità e libertà;
un grande banchetto popolare, un tripudio alimentare soprattutto per i poveri e gli affamati.
Una terra beata ove veniva soddisfatta sia la gioia psichica che il benessere corporale,
 un luogo ove appagare qualsiasi appetito animalesco.
Un mito nato dalle frustrazioni causate dal sistema sociale ed economico; basato sui privilegi
dei signori, padroni delle terre e detentori del potere e della loro logica parassitaria.
La descrizione più antica si trova in un componimento del XIII secolo, dal titolo
“Li Fabliaus de Coquaigne” , in cui l’autore dichiara d’essersi recato dal papain penitenza,
che lo manda poi al Paese di Cuccagna. Uscitone non ritrova più la via per ritornarvi.
In quasi tutti i racconti non si dice quale sia l’ubicazione di questo meraviglioso luogo, altre
volte invece si danno indicazioni geografiche. Boccaccio nel Decamerone lo indica “ in
Berlinzone, terra dei Baschi, in una contrada che si chiamava Bengodi. “
In un poemetto inglese della fine del XIII secolo, il Paese di Cuccagna è in mezzo al mare,
ad occidente della Spagna; mentre in un Codice del Museo Correr a Venezia, c’è una “Descrittion del Paese di Cuccagna vicino a S. Daniel, città del Friuli
 stato della Repubblica Veneta”.
Nella “Historia nuova della città di Cuccagna”, si dice che per arrivarci bisogna viaggiare
ventotto mesi per mare e tre per terra.
In una poesia tedesca del XVI secolo è posto alla destra del Paradiso Terreste.
Il concetto del Paese di Cuccagna è una leggenda che si trova in racconti di vari paesi
europei, in Persia si parla di un paese chiamato Sciadukiam; anche i greci narravano di
questa felice terra e i loro racconti furono sicuramente ripresi dai latini.
Nel X secolo apparve un poemetto latino scritto da un ignoto monaco franco,
in cui si parla dell’astuto contadino Unibos, il quale fa credere ai suoi persecutori
che in fondo al mare c’è un paese felicissimo; questi, creduloni vi si
recano, liberandolo dalla loro oppressione.
Dal XVI secolo l’alimentazione non fu più prevalentemente carnivora,
come lo era stata per tutto il medioevo, bensì molto più dipendente dai cereali.
Nonostante la produzione fosse aumentata, non soddisfaceva totalmente il fabbisogno,
così che le difficoltà alimentari si fecero sentire maggiormente.
A partire da questo secolo infatti il mitico Paese di Cuccagna era sempre più
un semplice fatto gastronomico; assimilato pian piano nel Carnevale,
nel contempo comincia a comparire l’albero della Cuccagna, un palo con appeso
ogni “ben di Dio”, spesso posto al centro della scena. Come
spesso si usava nelle feste popolari paesane di qualche decennio fa.
(da: Arturo Graf, Miti leggende e superstizioni del medioevo)
        Il Paese di Cuccagna
            Il Paese di Cuccagna, di Pieter Bruegel 1474, Monaco Alte Pinakothek
 
LA PAURA DELLA FAME
Nei primi secoli del millennio grazie a al perfezionamento di nuovi utensili in ferro
ed alla rotazione delle colture, si ebbe un aumento della produzione agricola.
Conseguentemente aumentarono sia la popolazione che gli agglomerati urbani.
Nonostante le innovazioni la produzione dell’agricoltura rimaneva ancora scarsa, e
veniva talvolta compromessa dagli eventi atmosferici o da conflitti tra signori.
Questi avvenimenti provocavano spesso vere e proprie calamità, i primi a risentirne erano
i ceti più bassi. Bisogna dire che le zone colpite da questi fatti non erano molto ampie,
ma essendo abbastanza frequenti ed improvvise, erano una costante fonte di paura.
Inoltre, parte delle scorte alimentari, potevano venire deteriorare anche dalla cattiva
conservazione, che si otteneva attraverso l’essiccazione, l’affumicatura, la salatura dei
cibi. Tecniche, semplici ma che non sempre davano ottimi risultati, riducendo così
ancor più la disponibilità di cibo Altrettanto problematico era il rapido rifornimento
dei generi alimentari provenienti da luoghi lontani, come ad esempio i pesci di mare
per l’entroterra; il sale indispensabile per la salute e per questo considerato molto
prezioso o le spezie tanto costose da essere usate solo dai ricchi. Anche questa
difficoltà di rifornimento di alimenti indispensabili, causava una incertezza.
Si spiega così perchè l’uomo medievale pur non soffrendo la fame,
se non per brevi periodi, era continuamente ossessionato da tanta incertezza
che causavano, la paura della fame.

Miniatura XV sec.

LETTERATURA
PAESE DI CUCCAGNA

Il testo più antico in cui si descrive questo paese è della prima metà del XIII sec., intitolato
“LI FABLIAUS DE COQUAIGNE”, in cui l’autore dice d’essere andato per penitenza
dal papa e da questo inviato al Paese di Cuccagna nel quale:
le case vi son fatte di pesci, di salcicce e d’altre cose ghiotte. Le oche grasse si vanno
avvolgendo per le vie, arrostendosi da se stesse, accompagnate dalla bianca agliata, e vi
son tavole sempre imbandite d’ogni vivanda, a cui ognuno può assidersi liberamente, e
mangiare di ciò che meglio gli aggrada, senza mai pagare un quattrino di scotto. Da bere
porge un fiume, il quale è mezzo di vino rosso, e mezzo di vino bianco. In quella terra il
mese è di sei settimane, e vi si celebrano quattro pasque, e quadruplicate sono l’altre feste
principali, mentre la quaresima viene solo una volta ogni vent’anni. I denari si trovano,
come i sassi, per terra; ma non bisognano, perché nessuno compra o vende, e tutto quanto
è necessario alla vita si dà per nulla. Le donne che vi sono altro non chiedono che di fare
altrui piacere, e ci è la fontana di gioventù. …
Una volta uscitone l’autore non ritrovò più la via per tornarvi.
 

La cucina ricca
La cucina ricca, di P. Brueghel, incisione

 

“IL PAESE DI BENGODI”
Nel XIV sec. Giovanni Boccaccio, nella terza novella della ottava giornata
del Decamerone, dove Calandrino, Bruno e Buffalmacco vanno cercando l’Elitropia
(pietra preziosa che rendeva invisibili),
interrogano Maso dove quelle pietre così virtuose si trovassero; Maso rispose che
le più si trovavano in Berlinzone, terra de’ Baschi, in una contrada che si chiamava Bengòdi,
nella quale si legano le vigne con le salcicce, et avevasi un’oca a denajo et un papero giunta,
et eravi una montagna tutta di formaggio parmigiano grattugiato, sopra la quale stavan
genti che niuna altra cosa facevan che far maccheroni e raviuoli, e cuocerli in brodo di
capponi, e poi gli gittavan quindi giù, e chi più ne pigliava più n’aveva: et ivi presso correva
un fiumicel di vernaccia, della migliore che mai si bevve, senza avervi dentro gocciol
d’acqua.

Bottega delle delizie

             Bottega delle delizie, incisione, A. Bosse, Parigi, Musée Carnavalet

Nell’operetta della fine del XVI secolo “Tremenda et spaventosa Compagnia de Taglia
Cantoni et Mangia Pilastri” di Tomaso Buoni, (lucchese, prete, accademico), scrive:
… Faccino palese la destrezza delle mani intrinciar arosti, in spogliar pastici, in spogliar
capponi , in tagliar cosciotti; in infilzar polpette, in inzuppar guazzetti, in succhiar
midolle, in sgranar torte, in tirar a sè pezzi di cinghiali, in rappresentar con la forchetta
lancie cariche d’arrosti, con le paste dei pasticci forti, celate con torte rotelle, col
formaggio bastioni e con marzolini balle diarchibugio; e faranno ora con meravigliosi
gesti qualche finta zuffa, tirando or a quelloarrosto or lanciando la mano a quel piccione,
or allungando una stoccata a quell’animale,
or affrontino quel pollastro, or diano un man rovescio a quella torta, or simulino una
ritirata al piatto et presto si lancino nel maggior numero di piatti et velocemente di tutti
faccino grossa preda et in somma faccino sì che partendosi lascino memoria 
de fatti loro sì nel mangiare come nel bere, …
Banchetto nuziale
Banchetto nuziale,di Pieter Brueghel, 1568, Vienna Kunsthistorisches Museum

 

Il Paese di Cuccagna nel “Cane di Diogene” di Francesco Fulvio Frugoni (XVII secolo)
 diventa “l’isola di Cuccagna”, posta nel Mare della Broda, “involta di nebbia candida
 che sembravaricotta molle... avvolta in un’aria “brodolossa” , fumigigante per le
“cucine indefesse, nelle quali sudavano i cuochi”,:  
Colà non si travaglia sol che per la Gola, ch’essendo ingegnosa Ingegnera
d’altre macchine fabbra non è che di quelle che atterrano la Frugalità e che
combattonol’astinenza.  I fiumi vi corron latte, i fonti
scaturisconvi di moscadello, di malvagia,d’amabil e di garganico.
I monti son di cascio, e le valli di mascarpa. Gli alberi
fruttano marzolini e mortadelle. Quando vi tempesta i confetti son grandini; qualor
vi piove diluviano gli’intingoli. Ogni casa è macello, ed ogni bottega taverna. Quivi
l’Insubro trova la busecca, il Ligure la gattafura, il Partenopeo la foglia,
il Sicano i maccheroni, l’Eneto i bucellai, Libero la oglia,il Sicambro il potagio,
il Felsineo la gelata, il Mutinese i salami, l’Alemanno il falerno, ilSarmata il bigoncio,
il Trace il sorbetto; e per restringerla ogni populo vi rinviene il cibopronto
a sua richiesta, e stagionato a suo genio.
 

INVASIONI E GUERRE
In Friuli più che in altre parti d'Europa, la popolazione subì in modo più pesante
le conseguenze delle guerre. In questo fazzoletto di terra, infatti, era radunata
la nobiltà più bellicosa ed indisciplinata di tutto il Medioevo.
Scorrendo gli Annali del Friuli, ogni anno e talvolta più volte l'anno, accadeva
che un nobile facesse una scorribanda in un contado avversario, o vendicasse la
morte di qualche parente assassinato. Spesso il conte di Gorizia, radunava parte
della nobiltà contro il Patriarca, suo maggior antagonista, e le due fazioni guerreggiavano
portando distruzione e talvolta morte.
Inoltre non dimentichiamo che il Friuli era la porta d'entrata per l'Italia e
per Roma ove gli imperatori tedeschi venivano incoronati.
Questi passaggi non sempre erano indolore.
Saccheggio
Saccheggio, da La Guerra dei cent’anni, miniatura del XIV secolo

Nella guerra medievale la distruzione era circoscritta al luogo ove avveniva lo scontro.
I soldati potevano incendiare il paese, distruggere le vigne o il frumento maturo,
violentare, torturare o uccidere i villici, ma nel resto della regione tutto era tranquillo.
Certo che per i disgraziati che subivano queste violenze, era una vera calamità,
poiché quando venivano depredati, incendiati i
granai, ucciso gli animali, la paura della fame diveniva una realtà.

CARESTIE E CALAMITA’
Come per le guerre anche le carestie non colpivano territori ampi, spesso queste
erano dettate dal cattivo tempo che distruggeva i raccolti o non permetteva
lo sviluppo delle sementi.
Nel XIV sec. su 1 chicco di grano seminato, se ne raccoglievano solo 3
mentre nel XVI, si riuscì a raccoglierne 5. (da: Montanari, La fame e l’abbondanza, p.51-56)
Vista la scarsa resa dei seminativi, le granaglie erano preziose soprattutto
in caso di carestie, quando i prezzi aumentavano, creando disagi fra le popolazioni.
Un’altra paura medievale era il fuoco. La quasi totalità delle case avevano il tetto
in paglia, materiale molto combustibile e facilmente trasportabile dal vento.
Molti granai ed abitazioni furono distrutti dagli incendi,
anche più volte nel corso di una vita.
Il figliol prodigo
Il Figliuol prodigo, di H. Bosch, 1510, Rotterdam, Museum Boymans van eunningen

 

1006 o nell’antecedente, terribile carestia e pestilenza afflisse l’Italia, e si estese
grandemente in Europa. (da: Muratori Ann. d’Italia anno 1006) (Di Manzano pag. 8 vol. II)

1013 nell’autunno di quest’anno accaddero in Italia piogge dirotte ed inondazioni di fiumi.
(da: Muratori Ann.d’Italia anno 1013) (Di Manzano pag. 10 vol. II)

1165 gran neve cadde in quest’anno in Friuli, e si mantenne a sorprendente altezza sino a
tutto ilmese di marzo. (da: Detto) (Di Manzano pag. 150 vol. II)

1182 fra l’ottava dell’Epifania spirò un vento sì impetuoso per tre giorni in tutt’Italia,
che uccise molte persone ed animali e fece disseccare gli alberi.
Erano inoltre 5 anni che infieriva la carestia per tutte le contrade dell’Italia,
in modo che in alcune parti neppure con un’oncia d’oro
poteasi trovare una salma, ossia soma di grano; per cui moltissimi contadini perirono,
null’altro avendo per cibarsi che erbe.
 (da: Muratori Ann.d’Italia anno 1182) (Di Manzano pag. 170 vol. II)

1216 fu in Friuli oltremodo rigido l’inverno di quest’anno, e l’eccessivo freddo fece
perire una quantità d’alberi e di viti.
(Palladio St. del Fr. Par. I p. 208) (Di Manzano pag. 241 vol. II)

1234 l’inverno di quest’anno fu freddissimo e cagionò gran perdita d’alberi e viti,
estrema carestia di viveri, morte di gran numero d’animali e grave pestilenza.
(Palladio St. del Fr. Par. I pag. 225 _ Muratori Ann. dÆIt. Anno 1234) (Di Manzano pag. 317 vol. II)



1266, il giorno di san Lorenzo (10 Agosto) andò a fuoco la città di Spilimbergo.
(Da: Chronicon Spilimbergense, Bianchi ed. 1856)

1276 grandi piogge, straripamenti di fiumi e inondazioni danneggiarono
gravemente il Friuli.  Il Natisone, addì 11 di settembre, crebbe si smisuratamente,
che uscito dal profondo e dirupato suo letto, schiantò e trasse seco una porta
del Borgo Brossano della città del Friuli (Cividale), allagò il cimitero dell’antica Chiesa
di S. Pietro e Biagio in quella città, distrusse parte del muro pubblico alla pusternula
e quella porta, atterrò alcune case e tutti i molini,
giungendo sino all’altezza maggiore del ponte.
(Nicoletti Patr. Raim. della Torre f. D aut. p. 60 e tergo - Cronaca di Giuliano can. nell’Append.
 all’opera del Rubeis M.E.A. pag. 22) (Di Manzano pag. 132 vol. III)

1284 addì 22 dicembre una spaventevole innondazione di mare, smisuratamente gonfiato,
recò un incredibile danno a Venezia e a Chioggia, essendovi perite molte navi
e persone, ed un esorbitante copia di merci.
(Detto) (Di Manzano pag. 185 vol. III)

1304 nella festa di s. Biagio, addì 3 febbraio, cominciò a nevicare nella città di Cividale,
e cadde tanta neve che non v’era ricordo in Friuli d’una sì grande quantità.
Danneggiò molto gli alberi pomiferi, distrusse assai case, e nella contrada di
Tolmino atterrò villaggi e case colla perdita dimolte persone e bestiame.
Durò essa nella città sino al 15 aprile.
(Cron. Di Giuliano canon.nell’append. al De Rubeis p. 30) (Di Manzano pag. 334 vol. III)

1306 - 4 ottobre. Cadde in questo giorno grandine si orribile, che in Cividale
il suolo era coperto all’altezza maggiore d’un braccio, con rovina del territorio
circostante, e con grave danno anche degli Udinesi.
(Valvasone Li successi della Patria del Friuli) (Di Manzano pag. 358 vol. III)

1312 freddissimo inverno provò il Friuli nell’anno presente.
(Bianchi Docum. Per la St. del fr. disp. I p. 38) (Di Manzano pag. 13 vol. IV)

Le tentazioni di S.Antonio
Da: Le tentazioni di sant’Antonio (particolare), di H. Bosch, 1510, Madrid, Prado

 

1327 - 8 settembre - Cadde si fatta quantità d'acqua intorno alla mezzanotte del giorno
della Natività di M. Vergine che il Natisone crebbe in modo da sormontare gli argini
ed allagare il Borgo di Porta Brossana di Cividale, di atterrare molte case,
ed introdursi nella Chiesa di S. Pietro e Biaggio di detto Borgo e di distruggere ogni molino.
(Pier Passarino Ann. Ms. nella Racc. prof. Pirona p. 52 - Appen. Rubeis p. 42)
E il torrente Torre fu sì colmo per le acque da giungere sino alle mura della Città di Udine,
la qual piena guastò molti Villaggi.
(Sturolo Delle cose di Cividale Ms. aut. v. Ap. 43 c 44) (Di Manzano pag. 222-223 vol. IV)

1338 dopo l'ottava dell'Assunzione della Vergine Maria (15 agosto), ci fu una grande
 invasione di cavallette, che si ripetè nei tre anni successivi, tanto da distruggere il Friuli
così come la Germania, la Lombardia, la Toscana et molte altre regioni.
(Da: Chronicon Spilimbergense, Bianchi ed. 1856)

1346 ci fu una grande carestia in tutto il mondo che durò per due e più anni.
(Da: Chronicon Spilimbergense, Bianchi ed. 1856)

1356 -11 settembre, all'ora del primo sonno, intorno a Spilimbergo
ci fu una forte grandinata.
(Da: Chronicon Spilimbergense, Bianchi ed. 1856)

1361- 5 aprile, indizione quattordicesima, verso le 9 di sera, si sprigionò
un grande incendio nel Borgo Nuovo di Spilimbergo, in via della Stufa,
che bruciò in quel borgo quattro isolati nella parte
superiore e in quella inferiore, oltre la roggia, tutte le case con le provviste,
 meno tre abitazioni, l'ospedale e la chiesa di San Pantaleone.
Lo stesso fuoco volò nel borgo chiamato Valbruna bruciandolo tutto dalla porta di Fossàl
(o del Guado) fino a quella di Mezzo e al fossato, senza
che nessuno potesse salvare alcunchè se non a stento la vita stessa.
Allo stesso modo il fuoco bruciò tutta la parteinterna del borgo, dalla porta di mezzo
fino alla cisterna superiore, dove si trovava Damquardo,dalla parte alta della strada
detta foro, fuorchè tre case e tuttavia non morì alcuno fuorchè una donnetta
 che cadde nella raggia. Il fuoco durò dall'ora in cui ebbe inizio fino alla prima ora
del giorno sempre con grande vigore e potè essere spento del tutto solo tre giorni dopo.
(Da: Chronicon Spilimbergense, Bianchi ed. 1856)

1390
tutto il borgo di Spilimbergo, fino alle fosse della rocca, venne avvolto da un grande
incendio che ridusse in cenere quasi tutte le case; solo pochissime rimasero illese.
(Da: Chronicon Spilimbergense, Bianchi ed. 1856)

1422 - 27 maggio, all'ora diciannovesima, scoppiò un incendio in Borgo Nuovo,
 nella casa di Francesco notaio, dietro la chiesa di san Pantaleone.
Da questo fuoco vennero distrutte 159 case e morirono circa 300 animali,
 tra cavalli, buoi, e porci.
(Da: Chronicon Spilimbergense, Bianchi ed. 1856)
 
Incendio

1427 - 6 marzo, decima indizione, sul mezzogiorno dei bambini appiccarono il fuoco
 a uno stavolo nel borgo più interno di Spilimbergo, ossia presso la piazza.
Molto rapidamente, acausa del vento forte, le fiamme volarono prima in Borgo Nuovo,
ossia nel Broilucio, e poi oltre la porta della terra, divorando in un’ora 48 case
con il tetto fatto di paglia ed una sola che lo aveva di tegole.
(Da: Chronicon Spilimbergense, Bianchi ed. 1856)


1434 verso la metà di novembre, il Tagliamento raccolse una tale quantità di acqua
da eguagliare il Po e portarsi sulle spalle intere foreste.
(Da: Chronicon Spilimbergense, Bianchi ed. 1856)

1450 verso la metà di novembre ci furono dappertutto così grandi inondazioni provocate
dalle piogge che fiumi e torrenti s’ingrossarono tutti oltre il solito, soprattutto il
Tagliamento si gonfiò al punto da coprire argini immensi e luoghi elevati che
in precedenza, a memoria d’uomo, non aveva mai raggiunto e fatto particolarmente
impressionante, non solo devastò parecchie ville, ma le stesse città fortificate,
come Valvasone e Portogruaro, facendo molti danni ed incutendo non poco spavento.
(Da: Chronicon Spilimbergense, Bianchi ed. 1856)

1470, nella seconda metà di ottobre e precisamente il 18, festa di san Luca,
il Tagliamento, fiume principale della patria, come per non rispettare una
certa previsione, con improvvisa e immensa alluvione per una eccessiva quantità
di precipitazioni, soprattutto sulle montagne, tanto si ingrossò
da riempire tutto il suo larghissimo alveo toccando le rive che si innalzano dall’una
 e dall’altra parte e, uscendo anche da l suo corso solito , invase e devastò campagne
e località che mai prima di allora aveva raggiunto , fatto che a tutti quelli che
vi assistettero offrì unospettacolo nuovo e stupefacente.
(Da: Chronicon Spilimbergense, Bianchi ed. 1856)
 
Incendio
Incisione, San Gallo, Svizzera
 
TERREMOTI

Essendo il Friuli posto in una zona sismica, un'altra minaccia devastante per i friulani fu il
terremoto, come tutti i friulani ben ricordano! C'è un lungo elenco di eventi più o meno forti
che hanno danneggiato le case ed i castelli. Questo lo possiamo desumere sia dagli
"Annali delFriuli" del Di Manzano, sia da "I terremoti nel Friuli"
del Prof. Annibale Tommasi.

1116 Grave terremoto, d'un simile al quale non s'avea memoria, in sul principio
dell’anno danneggia la Germania e particolarmente l'Italia. Per quaranta giorni di seguito
provaronsi variealtre funestissime scosse con terrore di tutta la Penesiola;
 a cui dall'apprensione vi si aggiunse la serie di prodigi che accompagna lo spavento,
come visioni di nubi colorate di fuoco e di sangue, e questo anche caduto in pioggia dal cielo.
(da: Muratori Ann. D'Italia anno 1117) (Di Manzano pag. 99 vol. II)
Questo terremoto fu fortissimo e nel Triveneto fu ricordato dagli storici e cronisti
come assai disastroso.
(da: Palladio) (I terremoti nel Friuli, Prof. A. Tommasi pag. 11)

1223 forse dicembre ora terza la scossa fu più forte in Friuli ma si sentì in tutta la
penisola.
(da: Palladio)(I terremoti nel Friuli Prof. A. Tommasi pag. 11)

1278 aprile 7, fortissima scossa che fece crollar parecchi castelli nel Friuli
(I terremoti nel Friuli Prof. A. Tommasi pag. 11)

1279 gennaio 25 cagionò ovunque gravissimi danni. Ad Aquileia fu quasi interamente
diroccata la Cattedrale.
(da Palladio)(I terremoti nel Friuli Prof. A. Tommasi pag. 11)

1279 nella notte e sul albeggiare della festa di S.Giorgio (che in que' tempi celebratasi nel
giorno 24 aprile) avvenne un terremoto si grande in Friuli che caddero alcune
castella e perirono le persone ivi adunate.
(Muratori Ann. d'Italia anno 1279) (Di Manzano pag. 149 vol. III) (Pier Passerino
Annali MS. nella Racc. del prof. Pirona p. 16 -Cronaca di Giuliano can. Nell'app.all'opera del Rubeis p. 38)

A Cividale fu rovinoso. (I terremoti nel Friuli Prof. A. Tommasi pag. 11)

1301 giugno 11, sull'aurora verso nona, dopo i vespri e dopo la mezzanotte della
notte seguente, scosse assai forti. Nella stessa giornata si scatenò un uragano con
grandine grossa come uova di gallina, massime in territorio di Cividale.
In alcuni luoghi caddero molte case.
(da: Valvasone, Manzano, De Rubeis, Palladio) (I terremoti nel Friuli Prof. A. Tommasi pag. 11)

Il trionfo della morte
Il Trionfo della morte (particolare), di Pieter Brueghel, Madrid, Museo Nacional del Prado

 

1349 Indizione prima, il giorno della festa della conversione di san Paolo (25 gennaio)
ci fu nell’universo intero un grande terremoto.
(Da: Chronicon Spilimbergense, Bianchi ed. 1856)
Nella cronaca “I terremoti nel Friuli” del Prof. A. Tommasi a pag. 11 - 12 segna
 l’evento accaduto il 25 gennaio 1348 all’ora dei vespri si ebbero tre scosse:
la prima debole, la seconda più forte, la terza rovinosa. Si sentì oltre che in Friuli
in tutta la penisola, nella Dalmazia, in Carinzia, e gran parte della Germania.
Ad Udine precipitarono parte del castello, il palazzo patriarcale,
quattro grandi capitelli del campanile e molti altri edifici. A Flagogna rovinò il
castello di S.ta di Toppo, seppellendo questa con tutti i suoi familiari.
A S. Daniele crollò il castello e ad Aquileia diroccò il maggiore edificio della chiesa.
A Pordenone le scosse si succedettero in tre riprese. La prima volta furono leggere,
la seconda molto forti e la terza orribilmente disastrose.
A Ragogna caddero due torri del castello. Gemona e Venzone furono
pure assai danneggiati. A Sacile cadde la porta volta v erso il Friuli,
a Tolmezzo rovinò il castello. A Villacco secondo la relazione del Villani
nemmeno una casa rimase intatta, rovinarono moltissimi edifici, tra cui i conventi
e la chiesa maggiore. Contemporaneamente si produsse nella piazza maggiore
 una fessura, in forma di croce, da cui sgorgò prima sangue (? !) e
poi acqua in gran copia. Il Nicoletti dice invece che, dopo il terremoto,
il centro di Villacco venne quasi ingoiato e vi apparve un profondissimo lago.
Nella lettera, dei Fiorentini abitanti nel Friuli, a Giovanni Villani, si riferisce ancora
che nel contado di Villacco nella valle del fiume Otri (?) scoscesero due monti il cui
sfasciume ingombrò la vallata per una lunghezza di10 miglia, convertendo in un
gran lago la porzione a monte dell’ostacolo. Tra tanta rovina il De Rubeis
ricorda che a Villacco rimasero illese le sol case di legno e prive di fondamenta.
Nelle sue “Memorie Venete” il Gallicioli, errando forse la data dell’anno,
riferisce di un terremoto avvenuto il 25 gennaio 1347.
Oltre alle case crollate ricorda che, in seguito al terremoto, restò all’asciutto
il fondo del Canalgrande di Venezia.
(da: De Rubeis, Di Manzano, Palladio, Odorico da Pordenone, Villani, Valerio)
(I terremoti nel Friuli Prof. A. Tommasi pag. 12)

1403 settembre 6, terremoto forte inFriuli, rovinarono degli edifici in parecchi luoghi.
(da: De Rubeis e Strenna cronologica) (I terremoti in Friuli Prof. A. Tommasi pag.12)

1451
22 febbraio, poco dopo la mezza-notte circa la quarta ora di notte, ci fu
un violento terremoto durato quasi un quarto d’ora (? !) nella zona dello
Spilimberghese, sicchè molti non comprendendone l’origine, si spaventarono.
(Da: Chronicon Spilimberghese, Bianchi ed. 1856)
(I terremoti nel Friuli Prof. A. Tommasi pag.12)

 

1455 3 febbraio, verso le dieci di sera ci fu un forte terremoto che interessò una
regione molto vasta, tanto che in diverse località alcuni edifici rovinarono
e molti si spaventarono non poco perché non si attendevano un simile evento.
(Da: Chronicon Spilimbersense, Bianchi ed 1856)(I terremoti nel FriuliProf. A. Tommasi pag. 12)

1511 marzo 26, all’ora ventesima si succedettero a brevi intervalli nello spazio di qualche
 minuto primo. Nella notte furono sentite ancora quattro scosse ma brevi e deboli.
Oltre al Friuli risentirono la scossa tutto il resto della penisola, l’Istria, la
Carniola, gran parte della Germania ed altri paesi.
Ad Udine diroccarono tutto il castello e la loggia vecchia, che allora era
annessa alla chiesa di San Giovanni. Dall’alto del duomoprecipitò un
pinnacolo e rovinarono parecchie case e molti fumaioli. Gli edifici che non
crollarono furono tutti screpolati. Per qualche mese l’aria fu piena di fetide esalazioni.
A Tolmino rovinò il castello. A Cividale crollarono la chiesa, i campanili
di S. Domenico, S. Francesco e del monastero di Valle e circa ventotto case.
Fuvvi rovina di case anche a Madonna del Monte, Faedis e Tenzone.
A Tarcento fu quasi distrutto il castello. A Gemona fu molto disastroso.
Caddero quivi moltissime case, il dormitorio del convento di Santa
Agnese, la massima parte del monastero di S.ta Clara, le chiese di S.ta Maria
la Bella e di San Biagio di Sopra e le croci di tre campanili.
Crollarono pure la torre delle ore e buona parte dei fortilizzi delle mura del
Comune dalla porta degli Asini alla torre di Battaglia. Le case che
non caddero furono tutte più o meno danneggiate.
Presso a Gemona si apersero i due monti Gemona e Fratteto e l’acqua
della fonte del paese sgorgò torbida per due mesi. A Tolmezzo
rovinò la chiesa, A Sacile crollarono gran parte del palazzo, il campanile di
S. Nicolò e parecchie case e camini. Il Livenza s’arrestò nel suo corso.
A Pordenone si fesse la torre del campanile, sonarono da sè le campane e caddero
molti fumaioli. Osoppo caddè in parte e Pinzano tutto si aperse.
Lo stesso terremoto cagionò disastri in tutto il Triveneto e fu sentito
anche nel Veronese. Nello stesso anno si ebbero altre 12 scosse, di cui quella
dell’8 agosto fece crollare una gran parte di Cividale, seppellendo sotto le rovine
circa 3.000 persone, poi diroccò il palazzo patriarcale, che nei precedenti terremoti
 era stato assai danneggiato.
(Da: Amaseo, Cronaca del Muloni, A. Belloni, P. Brocchetino, Cronache Cividalesi, Monticoli,
Roberto daLatisana, O. B. Cergnocco, Sebastiano Decio, Palladio, Silvestro Rangano)
(I terremoti nel Friuli Prof. A.Tommasi pag. 12-13)
 
Terremoto
Disegno del XVI secolo, Udine

 

PESTILENZE

Il trionfo della morte
Da Il Trionfo della morte (particolare), di Pieter Brueghel, 1562
Madrid, Museo Nazionale del Prado


La principale paura dell ’uomo è la malattia. Nel Medioevo ciò veniva
attribuito al fato o alla punizione divina. Chi non possedeva i mezzi per curarsi,
non poteva che rivolgersi a Dio, per cui si rifugiava nella preghiera, nella penitenza,
e nella mortificazione della carne.
Come per le carestie anche le epidemie colpivano zone circoscritte.
Tranne che per la peste nera, la cui peggiore epidemia
si ebbe tra il 1348 ed il 1350, in cui tutta l’Europa venne colpita decimando
 la popolazione. Altre epidemie più circoscritte furono quelle di vaiolo e di tifo,
che seppur meno virulente portarono a grandi perdite umane.

1089 in questo tempo ebbe principio in Lorena il morbo pestilenziale del Fuoco Sacro,
che si sparse dippoi per la Francia e l’Italia. Consumava questo le carni del corpo
umano e recava la morte carbonizzando l’individuo. Da qui la devozione de’ Popoli
a S. Antonio abate, venerato allora in Vienna del Delfinato, a cui ricorrevasi per
la guarigione, poscia celebrato coll’erezione di tante chiese ed effigie
 in suo onore anche in Italia.
(da: Detto) (Di Manzano pag. 69 vol. II)

1172 mentre svernava nell’isola di Scio l’armata veneta, attendendo dal greco
imperatore decisiva risposta di guerra o di pace, mentre questi tenevalo a bada con
belle parole senza venire a nessuna conclusione cacciossi la peste nella flotta e ne fece
orrida strage. Perciò il doge Vitale Michele salpò da colà per ritornare in patria.
Ma lungi dal minorare, la pestilenza crebbe nel viaggio e
quell’armata si florida e potente arrivò a Venezia poco men che disfatta,
portando la peste in quella città, per cui perì molto Popolo.
(da: Muratori Ann. d’Italia anno 1172) (Di Manzano pag. 158-159 vol. II)

1196 comincia ad infierire nel Continente una micidiale pestilenza che durò per 32 anni
(Rampoldi Cron. Un. p. 291) (Di Manzano pag. 190 vol. II)

1221 peste gravissima in Friuli e in quasi tutta Italia. Essa in sul principio cominciò
lentamente; ma sulla fine dell’anno fece strage orribile, per cui vennero abbandonati
i luoghi, e per la mortalità molte città rimasero deserte. Fu per avventurata sorte che
l’infuriar del flagello avesse breve durata.
(Nicoletti Patr. Pertoldo f. B sut. P. 24 e tergo) (Di Manzano pag. 276 vol. II)


1348 il re d’Ungheria si recò ad Aquileia passando per il Friuli e fermandosi a Cividale
e a Udine. Poi tornò indietro al tempo dell’epidemia di carbonchio.
(Da: Chronicon Spilimbergense, Bianchi ed. 1856)

1349 in tutto il mondo si ebbe la morte di molta gente a causa del male delle ghiandole
 e per gli sputi di sangue. (peste nera).
(Da: Chronicon Spilimbergense, Bianchi ed. 1856)

1350 ci fu una seconda moria di persone a causa dello sputar sangue. (peste nera)
(Da: Chronicon Spilimbergense, Bianchi ed. 1856)

1436 una violenta pestilenza straziò questa patria.
(Da: Chronicon Spilimbergense, Bianchi ed. 1856)
 
BIBLIOGRAFIA

Piero Camporesi, Il paese della fame, Garzanti

Ludovico Gatto, Vita quotidiana nel medioevo, Editori Riuniti

Michel Pastoureau, I Cavaliere della Tavola Rotonda, Rizzoli

Arturo Graf, Miti leggende e superstizioni del medioevo,

Francesco Di Manzano, Annali del Friuli, Ed. 1858

Giuseppe Bianchi, Chronicon Spilimbergense, Ed. 1856

Annibale Tommasi, I terremoti nel Friuli dal 1116 al 1887, Roma Ed. 1888

I Classici dell’Arte, Brueghel, Rizzoli/ Skira

Art Dossier, Bosch, Giunti

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